01 maggio 2015

Agente viaggi in crisi d'identità



Agente di viaggi in crisi d'identità

Se oggi chiedessero alle persone una definizione dell'agente di viaggi, quante sarebbero in grado di dirlo? 

Potrebbe essere che la risposta sia ancora quella in cui nell'immaginario delle persone l'agente di viaggi è quel personaggio che vive di viaggi e che ha la fortuna di girare il mondo gratis?

Ha ancora senso questa immagine o è ormai superata dall'attualità?

E se la stessa domanda venisse posta agli stessi agenti di viaggi cosa risponderebbero?

Quale ritratto uscirebbe fuori?

Quanti di questi agenti di viaggi si sono fatti incantare da quella promessa di entrare in un mondo dorato che avrebbe dato loro successo professionale e personale, svolgendo un lavoro bello, gratificante, che avrebbe dato loro modo di viaggiare gratis, essendo stati, anche loro, prima di diventare agenti di viaggi, persone le quali ritenevano che questa fosse l'identità della nostra professione?

E cosa ne penseranno, invece, i vecchi agenti di viaggi, entrati in questo mondo in anni lontani in cui tutto era diverso da oggi?

Amano ancora questo mestiere, lo fanno convinti, oppure continuano ad andare avanti solo perché non hanno alternative o non vogliono vedere delle alternative?

Se si scorrono le pagine dei social network, le pagine dei vari gruppi dedicati alla professione, in quella sorta di piazza virtuale e di grosso supermarket dello sfogo, sembra che predomini un senso di generale scoramento, di frustrazione, insoddisfazione che spesso si ripercuote su quel cliente che, invece, dovrebbe essere per noi, che in fin dei conti, al di là delle etichette con le quali ci vogliamo definire, siamo pur sempre dei venditori, il nostro principale alleato.

In mezzo allo sfogo e alla continua lamentela, ci sono anche, e per fortuna, tanti casi di professionisti che continuano ad avere rispetto per il lavoro e per quel cliente, obiettivo comunque del loro lavoro, ma la sensazione è che negli ultimi anni si sia venuta a creare una sorta di frattura tra il cliente da una parte e l'agente di viaggi dall'altra parte.

Sembra di assistere ad una sfida tra chi vuole avere lo scettro del comando: da una parte il cliente che oggi si sente più preparato, più evoluto, più informato, perché pensa di avere tutti quegli strumenti che prima gli mancavano e dall'altra l'agente di viaggi che non accetta di sentirsi colpito nella sua identità e che continua a pensare di essere l'unico depositario dell'immaginario delle vacanze.

Una frattura che non di rado diventa quasi una sfida in cui non sempre c'è uno che perde e uno che vince, perché quando la sfida è portata all'estremo, sia il cliente che l'agente di viaggi ne escano entrambi sconfitti. Forse il cliente ha perso l'opportunità di farsi assistere e seguire da un professionista, l'agente di viaggi ha perso l'opportunità di conquistare e fidelizzare un nuovo cliente.


Ha senso ancora definirsi agenti di viaggi se quella parola agenti deriva da agire, da azione? Agisce ancora oggi l'agente di viaggi o si sta sempre più trasformando in un elemento passivo che è lì dentro la sua agenzia ad aspettare che arrivi quel potenziale cliente, già con il suo programmino pronto, le tariffe scritte, le informazioni assunte sui più disparati blog e gruppi, e lui, povero agente di viaggi, cerca di dire la sua, cerca di spiegare al cliente super informato che forse ci sono alcuni aspetti da approfondire, che quella meta forse non è la più adatta e si logora in questo continuo confronto che fa tanto pensare ad una partita di ping pong in cui la pallina rimbalza da un lato all'altro del tavolo da gioco.


Ha quindi senso definirsi ancora agenti? dove sta o potrebbe stare la nostra azione?

Nel cercare di vincere la partita giocandoci solo l'arma del prezzo, ben consapevoli che non è questa la strada migliore da percorrere, pur se spesso il cliente porta su questo tema la vincita o la perdita della partita? E oggi come si fa a definire il concetto di giusto prezzo dal momento che esso stesso è un prezzo dinamico e variabile all'istante?

Cercare di non pensare al prezzo ma andare a lavorare sul discorso delle emozioni, della sicurezza del viaggio, delle tutele che si possono offrire e che poi si devono garantire, nell'aprirsi al cliente senza preconcetti, trattandoli sempre come se fossero ospiti di riguardo che, comunque, sono venuti a casa tua, e se sono venuti forse sono anche in cerca di qualcosa che non hanno trovato nel loro girovagare?

E quanto tu agente di viaggi sei disposto a cedere, fin dove accetti di metterti in gioco?

Domande che non possono avere delle risposte universali e che siano uguali per tutti perché il nostro è un lavoro di relazione e come in tutte le relazioni ci sono tante di quelle variabili personali che vanno ad influire sull'esito della trattativa finale, e di quanto ne possa scaturire da questa trattativa.

Il mondo è cambiato, le sue dinamiche sono cambiate, non si può più ragionare, sia da cliente che da venditore, come ragionavamo anche solo pochi anni fa.

Ci sarà sempre più un distacco dalla relazione umana e questo provocherà sempre più una condivisione virtuale con i suoi pro e i sui contro, ma è un processo che non possiamo più fermare, tante sono le forze in campo.

Vorrei dare la mia ricetta ma non penso di essere un guru e non lo voglio essere, però visto che questo blog si rivolge sia ai clienti delle agenzie che agli agenti di viaggi, vorrei auspicare che dopo questo terremoto che ha scardinato le fondamenta su cui si è basato per anni il rapporto cliente-agente di viaggi, si possa tornare ad una situazione in cui chi vorrà ignorare il supporto dei professionisti possa essere libero di farlo, assumendosi auto-gratificazioni, e anche qualche rischio, sempre possibile; chi invece ritenga per sue esigenze, per le sue aspettative, per le sue capacità di crearsi da solo una vacanza, di non poter fare a meno del professionista, entri tranquillo in una agenzia di viaggi e possa trovare persone capaci di relazionarsi, di comprenderlo, di ascoltarlo, e questo crei quel giusto feeling che è alla base di ogni sano rapporto umano.

Questo blog, iniziato quasi per una scommessa con me stesso, sta arrivando al suo quarto anno d'età, mi sta dando enormi soddisfazioni e quindi mi fa piacere riproporre, per chi non l'avesse letti e avesse il desiderio di farlo, una personale "top ten" degli articoli in linea con l'attuale riflessione.

Liberissimi di lasciare un commento.









Quando c'era la fila

Vai ancora in agenzia? Mi vien da ridere.

1 commento:

  1. Caro Santo sembra che Cristo si sia fermato ad Eboli...per usare un titolo di un film, dal 2015 in cui il cambiamento del mercato che corre veloce ha lasciato indietro i nostri ruoli, ad oggi NON E' CAMBIATO NULLA se non una PANDEMIA in mezzo che ha cercato di darci una svegliata con un sonoro schiaffo in cui sono caduti un po di denti. Praticamente le domande sono rimaste non risposte ed in una sorta di immobilità perenne siamo rimasti a guardare arrabattandoci a vendere quello che la domanda ci imponeva, senza fermarci, riunirci per guardarci spudoratamente in faccia per confrontarci e decidere insieme (anche in pochi) una strategia per dare vigore alla nostra figura professionale. Intanto il mondo ha continuato ad andare avanti velocemente e questo tavolo di confronto con delle decisioni non è mai avvenuto. Ora mi sento di dire qualcosa che attirerà delle polemiche ma anche questo è la realtà di un fallimento generale della nostra professionalità. chi ha fallito di più sono i NETWORK....ecco le aggressioni...ma facciamo una analisi del significato della parola NETWORK e di quello che effettivamente svolge un network, non la facciamo qua ma cerchiamo di essere onesti sinceri e realistici la parola networking è un termine positivo propositivo lavoro di squadra obiettivi comuni sostegno e competitività....a voi la risposta se effettivamente nel mondo del turismo troviamo la stessa accezione positiva oppure è stato travisato, accomodato secondo utilità e convenienza tale significato? Qualcuno si sente anche un po tradito....Oggi nel mondo del turismo parlare di network spesso scatena la reazione "esci da questo corpo" anche se dovrebbe suscitarne altre, allora occorre stravolgere il concetto e trasformarlo in community che rovescia la piramide e pone in altro la base ed i basso il vertice quale mero esecutore delle volontà della maggioranza e risolutore dei problemi collettivi con un approccio di ascolto, propositivo, mirando al bene collettivo. nella community la collettività on può restare come gli uccellini con il becco spalancato i attesa del verme, ma compartecipare e concertare, eggià è ora che si dia da fare, deve fare la sua parte condividendo, formandosi per stare al passo ed individuare lei stesse soluzioni per tutti....è una utopia?...sono stre stra convinta che sia l'unica cosa da fare vedete voi! amen

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